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Era una calda mattina nel regno di Metosta, ed ecco che il re già passeggiava tra i merli del suo castello, guardando oltre la valle, oltre il rosso d’oro dei campi di grano, oltre i suoi immensi e curati giardini. Lo sguardo rivolto verso le cime dei monti lontani, dove le rosee nubi dell’alba filtravano i raggi del primo sole. Lontani erano i monti, lontano lo sguardo, eppure i pensieri si volgevano a qualcosa di molto vicino, ad una decisione quanto mai importante che, forse da qualche tempo, egli aveva rimandato ma che, egli lo sapeva, doveva essere presa. Si dà il fatto che il re fosse rinomato ovunque per la sua eccellente sapienza e saggezza, per le sue capacità di riuscire a risolvere anche i più difficili problemi e per, nelle sue soluzioni, proporre dei miglioramenti e un maggiore benessere a tutti gli abitanti del regno. Vi era una ricerca continua a Metosta, nelle arti, nelle scienze, nell’ordine sociale. E niente di tutto questo era paragonabile al modo con il quale erano divise e raccontate le conoscenze acquisite agli abitanti dei regni vicini. Tutto questo era merito di colui che, da qualche tempo, aveva una decisione da prendere. Il re aveva tre figlie, oramai grandi, ed era giunto il momento che una di esse prendesse il suo posto. Non che fosse vecchio, intendiamoci, quanto era giusto che delegasse molti dei suoi compiti ad altri per tornare a studiare e a leggere, sue passioni. Per tornare tra la gente che aveva, in qualche modo, trascurato dietro alle incombenze del governo. Tre figlie, Esperia, Raziona, Incosia. La prima, la più grande, era colei che aveva girato per il mondo, aveva fatto i lavori più disparati, aveva visto e conosciuto una grande quantità di cose e di persone; qualunque incombenza vi fosse da assolvere era la prima a rimboccarsi le maniche e darsi da fare per completare il lavoro. La seconda, invece, era sempre stata la più riflessiva; si diceva che avesse letto tutti i libri della biblioteca del castello, ed erano parecchie migliaia, aveva acquisito una estrema capacità nel fare i calcoli, nel progettare, intratteneva costantemente rapporti con i sapienti del regno e degli altri vicini, con i quali partecipava a conferenze, seminari, convegni. Infine vi era Incosia; la più piccola, da molti considerata la più bella, la quale, però, nonostante di amplissima cultura e di grande manualità, non aveva mai mostrato grande interesse per le vicende pratiche del regno volgendo gran parte del suo interesse alle arti quali la pittura, la scultura, la lettura, la scrittura. Eppure vi era una decisione da prendere, pensava il re mentre passeggiava nella calda mattina tra i merli del suo castello. Una prova, d’improvviso si arrestò, una prova e colei che la supererà prenderà il mio posto. Così corse fino alla sala del trono, dove erano state convocate le figlie, ed iniziò a spiegare loro i dettagli della sfida a cui sarebbero state sottoposte: Una stanza per ognuna, 100 chicchi di grano dorato e 100 chicchi rossi mischiati assieme; vincerà colei che riuscirà a separarli commettendo meno errori possibili. Affronterete la prova questa notte, al buio (è da osservare che Metosta era conosciuto anche per essere riuscito a produrre una particolare varietà di grano, rosso, dal quale si produceva una bevanda lievemente alcolica ma molto pregiata). Così le tre principesse, al calare di quella stessa notte, furono fatte entrare ognuna in una stanza dove era una sedia, un tavolo, un mucchietto di chicchi colorati e due scodelle. Ognuna di loro fu fatta accomodare, e lì sarebbe dovuta rimanere sino alla mattina successiva. Ben si osservi che ogni stanza era stata debitamente oscurata come una delle notti più scure mai conosciuta. Sia Esperia che Raziona cominciarono entrambe a pensare come poter risolvere l’oscura prova, mentre Incosia presa da un sonno subitaneo, si addormentò con la mano nel mucchio di chicchi mischiati. Era notte fonda quando Esperia, dopo parecchio tempo nel corso del quale aveva cercato di ricordare le sensazioni avute sulle dita nel toccare mille e poi mille altre volte i chicchi rossi e quelli dorati, aveva cominciato a separarli cercando di distinguerli con il tocco dei polpastrelli. Raziona, dal canto suo, aveva messo a punto un metodo alquanto complicato: avrebbe dovuto tastare uno per uno i chicchi, poi assaporarlo, poi valutare il suo peso e, messe insieme tutte le informazioni, suddividerli in una o nell’altra scodella a seconda della somiglianza tra essi. Nella terza stanza, invece, Incosia dormiva di un sonno profondo tale che, nel suo corso, si trovò a sognare di essere visitata da una strana figura, un uomo di incredibile bellezza, mai incontrato pensava, che pareva prenderle la mano e, sussurrandole di abbandonarsi, guidarla nel mucchio di chicchi e aiutarla nella scelta. La mattina successiva il re, trepidante per l’attesa di mettere fine a quella prova che, in fondo, era stata anche un po’ crudele, procedette di buona ora ad aprire una per una le stanze. Prima toccò ad Esperia la quale, da poco addormentatasi, si svegliò e si rese conto di aver scambiato per rossi solo 10 chicchi dorati, e 9 dorati per rossi. Poi toccò a Raziona, che non era riuscita a dormire neppure un istante, e che fu ben lieta di scoprire che con il suo metodo solo 8 erano stati i chicchi scambiati. Infine fu aperta la stanza di Incosia. La luce che entrò la colpì in pieno viso ed ella, quasi a forza, fu costretta a svegliarsi, ancora con il ricordo della mano dell’uomo dalla bellezza incredibile che guidava la sua. Strano sogno pensò ma, allo scorgere dello sguardo meravigliato di chi le stava attorno, si accorse di avere dinanzi le due scodelle l’una contenente tutti e soli i chicchi rossi e l’altra contenente tutti e soli i chicchi dorati. Tanta fu la meraviglia del Re, delle sorelle, della corte, ma ella continuava a pensare a che nulla eguagliava il ricordo del calore di quella mano che, anche nella realtà, l’aveva guidata…. .e lungi dal voler essere, almeno con il ricordo della bellissima immagine dell’uomo ancora fresca nella memoria di sogno, costretta dalla sua incredibile vittoria ad essere schiacciata dalle incombenze derivanti dall’amministrare un regno, peraltro ben avviato pensava Incosia, ella rifiutò di godere dei frutti di quanto aveva conquistato e decise di partire. Un viaggio, paesi, mondi, persone da scoprire, nuove conoscenze, perché, forse, quella mano, quell’uomo, valevano la pena di rischiare certezze. Partì, perché nuove storie, ne era certa, attendevano di essere vissute e, perché no, raccontate.

Marco

Roma, Maggio 2000