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Fare senza motivo

Fare per la qualità e la bellezza di quanto si produce. Dal nulla, forse, o dalla trasformazione di quanto esiste, impotente, in potenza.

Storie di ostacoli materiali, di impossibilità e di vincoli, storia di storie non toccabili, immodificabili. Storia di richieste che, perché no, a volte chiedono più di quanto appaia, forse un lasciarsi trasportare per poi ritrovare, per la bellezza di quanto prodotto.

Fare senza motivo, ma che non sia fine a se stesso. Raccontare che l'ostacolo materiale è parvenza di timore, che le cose, se abbandonate a se stesse, possano essere distruttive. Timore, invero, giustificato, intendendo la distruzione come la fine di dimensioni distruttive. Storia di costanza e coraggio che affermano la bellezza di cose che, lasciate andare, non abbandonano.

Sfide impossibili quelle di mettere nel fare la fantasia che racconta di certezze di un metodo, di una coerenza. Sfide impossibili, dove ci si trova a dover lottare contro ostacoli dalle più varie nature.

"Torniamo indietro", disse il nostromo della nave più grande, "torniamo indietro, perché quello che stiamo cercando non esiste". "Si, torniamo indietro", gli fece eco un altro marinaio, "l'acqua che abbiamo navigato per giorni, e giorni, e mesi, è senza fine e, al più, si interromperà quando meno ce lo aspettiamo, e con essa finiremo catapultati chi sa dove, nel baratro della fine del mondo". "Si, torniamo indietro", un'altra voce gridò"perché abbiamo nostalgia di quanto avevamo, e questo viaggio è destinato a distruggere tutto". "Eppure è chiaro", fu loro replicato,"il sole che continua a tramontare dinanzi a noi, le vele delle altre navi dietro di noi che appaiono solo per l'estremità e il mare che nasconde lo scafo, il vento e i pesci tutt'intorno, non fanno altro che avvalorare la teoria che afferma la possibilità di arrivare laddove desideriamo".

Storia di una scoperta, di uomini e di donne che hanno cercato con la certezza. "Ma noi siamo stanchi, vogliamo l'acqua delle nostre terre, il cibo delle nostre terre". "Sì, li torneremo, e tra non molto, ma rischiate con me, siate disposti a perdere le cose a voi abituali, ma issate con me le vele di trinchetto, che quel refolo di vento mi sembra foriero di novità". "Ma perché tutto questo faticare? Non c'è cibo, l'acqua scarseggia, molti di noi sono oramai allo stremo". "Perché... per una immagine, per una idea... forse per quel piccolo gabbiano bianco, dal becco giallo, che ondeggia nell'aria, lì di fronte a noi, eccolo ora picchia verso il mare, eccolo nuovamente dirigersi verso.. sì, verso quella forma scura, quella terra lontana".

Fare senza motivo, essere disposti ad abbandonare le cose certe, conquistate, possedute, il certo presente per l'incerto futuro.

Ostacoli materiali, ma che non raccontano della qualità delle cose fatte, delle cose che vengono fatte, in quella confusione che scambia la qualità del luogo ove si lavora con la bellezza di quanto fa aprire gli occhi la mattina.

"Durante i miei primi anni di ricerca lavoravo nella mia casa, il laboratorio nella cucina, lo studio nella stanza da letto, le pareti di casa erano lavagne sulle quali scrivere i risultati degli esperimenti", racconta una anziana signora, dai capelli bianchi, dai colli delle camicie ottocenteschi. Eppure credo nessuno possa dubitare che fosse, per lei, un piacere svegliarsi la mattina e concludere quanto iniziato.

Certo, può essere faticoso, a volte non si ha quello che si vuole, ma la sfida è trasformare quanto impotente, in potenza, e poi in opera d'arte. Ma, tutto questo, senza dimenticare che la qualità delle cose è per il loro contenuto, non per la sola apparenza.

Storia di persone che si accorgono degli ostacoli materiali, che scrivono storie, forse senza apparente motivo, ma che raccontano della fantasia nel fare le cose che li spinge a proporre soluzioni. Che raccontano di non temere la notte, perché non è buio, momento terribile in cui avviene l'abbandono alla distruzione, che raccontano di come la mattina nuove idee possano giungere, e di quale possa essere la bellezza nell'aprire gli occhi per fare, chi sa, anche più di quanto necessario.

Marco

Roma, 27 Settembre 1999